CHIESA e ARTE

LA CHIESA DI SANTA MARIA SUL PRATO, DELLA MISERICORDIA 

DI SAN CASCIANO IN VAL DI PESA E LE SUE OPERE  

Estratto dalla pubblicazione “Storia della Misericordia di San Casciano in Val di Pesa”

Di Otello Pampaloni, LauraSaccardi, Nicoletta Matteuzzi, Alice Chiostrini, Anna Soffici Anna, Marco Pagliai


L’edificazione del complesso, promossa dell’Ordine Domenicano, fu iniziata da Pietro di Galigaio de’ Macci, frate di S. Maria Novella in Firenze, appositamente incaricato – ai primi del sec. XIV° –  da Niccolò Boccassini Maestro Generale dell’Ordine e futuro Papa Benedetto XI°. Nel 1301 Pietro morì, ma l’edificio doveva essere ad un buon punto.

Le vicende della chiesa di S. Maria sul Prato, nell’alternarsi dei secoli, seguirono quello del limitrofo “hospitium” domenicano, fino a quando la Confraternita della Misericordia, con la protezione della Madonna del Rosario e di S. Rocco, vi ebbe sede, come venne confermato nel 1792 –‘93 dai padri Domenicani di S. Maria Novella che avevano deciso di cederla per il gravoso mantenimento.

L’ambiente, per quanto noto (disegni con pianta e prospetti del f. Vincenzo Ciommei, religioso domenicano – 1768) ha sempre avuto una forma rettangolare, con unica aula di circa m. 19 x 7,55 caratterizzata da copertura lignea a vista sostenuta da quattro capriate, oltre a parte absidale che si raggiunge salendo alcuni scalini, nonchè locali annessi, sia sul lato destro che dietro l’altare maggiore.

Per altre notizie sulla fondazione e fatti interessanti la chiesa si rinvia a quanto pubblicato in estratto, relativamente alla “Storia della Misericordia di San Casciano in Val di Pesa”, fino agli anni Sessanta del 1900.

Successivamente le attenzioni della Confraternita, considerando l’importanza delle opere contenute e lo svolgersi delle funzioni liturgiche, sono state rivolte alla parte impiantistica. Infatti nel 1978, con il parziale contributo dello Stato, fu posto in opera l’impianto d’allarme.

Nel 1991, essendo stato fatto redigere un nuovo progetto per gli impianti elettrici, venne ottenuto il n.o. della Soprintendenza, e – nel 1993 – realizzati i lavori. Nel 1995 si procedette all’installazione di un impianto di riscaldamento a gas metano.

Il 26 agosto 1981 si chiese alla Soprintendenza fiorentina, in occasione del 350° anniversario per la fondazione della Confraternita – di approvare il progetto relativo allo spostamento – nel mezzo al presbiterio – dell’altar maggiore, anziché addossato alla parete rivestita con pietra serena, separante  quella parte del locale dalla sacrestia. L’intervento fu autorizzato ed eseguito.

Ultimo importante lavoro progettato, fu quello per il rifacimento della copertura all’abside e contemporaneo smontaggio del controsoffitto sottostante, ricostruito nel dopoguerra con falsi cassettoni, utilizzando travi lignee e compensato, nonché trovando altra collocazione per la grande lunetta posta a parziale tamponatura dell’arco. Fu lasciata in vista la risega ove poggiavano le strutture dell’orizzontamento, valorizzando opportunamente altri elementi storici, come la traccia della vecchia finestra ad occhio, tinteggiata con i colori tipici dei domenicani.


La chiesa di Santa Maria sul Prato è ricca di opere d’arte, e per citare le parole di un sancascianese di inizio Novecento si può affermare che “la chiesa è bella, un piccolo museo”.

In effetti già così l’aveva definita Guido Carocci nel 1892 nel suo volume dedicato a San Casciano. Molte delle opere che tutt’oggi abbelliscono le pareti della navata unica, gli altari laterali, il presbiterio e la sacrestia furono create proprio per questo luogo, a partire dalla prima metà del Trecento, quindi a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della chiesa stessa nel 1304, a testimoniare l’importanza dell’edificio e l’attenzione verso di esso da parte dei Domenicani di Firenze e della popolazione locale.

Nonostante l’edificio sacro si trovasse nel territorio del contado fiorentino, le opere di pittura più antiche si devono ad artisti senesi: questo tuttavia non deve stupire se pensiamo che anche nella stessa Firenze questi stessi artisti erano attivi e richiesti dai più importanti centri religiosi cittadini, il convento francescano di Santa Croce e quello domenicano di Santa Maria Novella, dal quale peraltro, come si è visto, l’ospizio e la chiesa di Santa Maria sul Prato dipendevano direttamente.

In particolare Ugolino di Nerio aveva lavorato per entrambi i conventi fiorentini negli anni venti del Trecento ed è a lui che si devono la Madonna col Bambino in trono con un donatore, che oggi e da molti secoli decora l’altare maggiore di Santa Maria sul Prato oltre alle due tavole coi Santi Pietro e Francesco che sono sistemate sopra le porte di accesso alla sacrestia, ai lati della mostra dell’altare maggiore, ma che in origine dovevano far parte di un polittico, ovvero un’opera più complessa, composta da più tavole raffiguranti la Madonna e altri santi.

Si tratta di lavori di alta qualità, caratterizzati dal fondo oro tipico della produzione trecentesca e assolutamente ben conservati. La Madonna col Bambino è detta anche Madonna delle Grazie , perché a lei si rivolgeva la popolazione di San Casciano per ottenere benefici per sé o per i propri familiari o per l’intera comunità nei momenti più critici come carestie, epidemie o guerre. Per l’importanza di questa immagine si era soliti in passato di coprirla con una “tendina” di stoffa preziosa, in segno di venerazione e rispetto.

L’altra opera senese conservata in Santa Maria sul Prato è il Crocifisso attribuito a Simone Martini, attualmente in restauro presso i laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure in Firenze.

CrocifissoSimoneMartini

Si tratta di un tipico crocifisso sagomato con Cristo morto, la cui croce poggia in basso sul monte del Golgota; nei tabelloni laterali sono i due Dolenti, ovvero la Madonna e San Giovanni Evangelista a mezzo busto. La provenienza di quest’opera è da sempre molto dibattuta, non avendo certezza che sia stata realizzata per questa chiesa, sebbene  tale ipotesi non possa affatto essere esclusa.

Non è comunque probabile, come è stato suggerito, che il Crocifisso provenisse dalla Cappella dei Nove nel Palazzo Pubblico di Siena. L’opera viene normalmente esposta sulla parete destra della chiesa, vicino all’ingresso principale ma alcune fotografie d’epoca testimoniano che in passato essa si trovava sopra il pulpito.

Quest’ultimo, posto in alto sulla parete destra, costituisce un’altra importante testimonianza della ricchezza delle opere che dovevano comporre l’arredo più antico della chiesa: anzi, si tratta della testimonianza più sicura, dato che il pulpito fu realizzato certamente per Santa Maria per volontà della famiglia Bonaccorsi di San Casciano, di cui si vede lo stemma con tre rastrelli su una delle mensole di supporto alla cassa, cioè l’unica originale visto che l’altra dovette essere sostituita.

L’opera fu scolpita dal pisano Giovanni di Balduccio, come testimonia la firma dell’artista in caratteri gotici posta sul lato della cassa rivolto verso l’ingresso della chiesa, e risale approssimativamente agli anni Trenta del Trecento.

Sulle sue quattro specchiature di marmo bianco incorniciate da una raffinata banda di marmo verde, o serpentino, sono raffigurati la Vergine Annunziata e l’ Arcangelo Gabriele (riquadri anteriori) e i Santi Domenico e Pietro Martire (riquadri laterali), rispettivamente il fondatore dell’Ordine Domenicano e il frate ucciso nel 1252 e molto venerato dai domenicani.

Con un salto di oltre un secolo si giunge ad una delle opere più curiose tra quelle conservate in chiesa: la lunetta lignea raffigurante la Madonna in gloria entro una mandorla sostenuta da due angeli alla presenza di due frati domenicani, risalente alla seconda metà del Quattrocento, conservata sopra la porta d’ingresso.

L’opera ornava fino a pochi decenni fa l’arcone a sesto acuto che inquadra la zona presbiteriale di Santa Maria, ma quella non doveva essere la sua collocazione originaria, come si evince dall’aggiustamento dell’arco della lunetta, a tutto sesto, con un’integrazione che lo rende appunto acuto, per meglio adattarsi a quella destinazione.

Non è facile ipotizzare da dove venisse l’opera, ma è probabile che non fosse stata creata per la chiesa della Misericordia. Tuttavia la presenza dei due domenicani ci indica che in ogni caso essa doveva essere stata realizzata per decorare una chiesa legata a quell’Ordine.

Risale invece al 1518 la tavola con la Madonna col Bambino e i Santi Lucia, Bartolomeo, Pietro Martire e Caterina d’Alessandria alla quale Gesù Bambino sta porgendo un anello, simbolo del loro “matrimonio mistico”.

La presenza di San Pietro Martire denuncia la realizzazione della pala per un contesto domenicano: con ogni probabilità proprio per la chiesa di Santa Maria. L’opera è solitamente attribuita a Fra’ Paolino, pittore pistoiese che si era fatto frate nel convento di San Domenico della sua città, da cui poi si trasferì a Firenze, nel convento di San Marco, ove entrò in contatto col più famoso frate-pittore Fra’ Bartolomeo.

L’attività di Fra’ Paolino a San Casciano verso gli anni venti del XVI secolo è testimoniata anche da una Annunciazione conservata nella collegiata di San Cassiano.

Sul secondo altare della parete destra è collocato un Crocifisso ligneo proveniente dal convento francescano sancascianese La Croce e giunto nella chiesa di Santa Maria del Prato nel 1810. Trattasi di opera riconducibile ad ignoto scultore del XVI secolo, recentemente restaurata.

Gli artisti senesi sono richiesti a Firenze ancora nel Seicento, quando ormai da una cinquantina d’anni la città delle contrade si trovava sotto il dominio mediceo.

Uno di questi, Rutilio Manetti, viene chiamato nel 1622 dal Cardinale Carlo de’ Medici e durante il suo soggiorno fiorentino esegue opere anche per altri committenti e probabilmente dipinge pure San Lorenzo e San Tommaso d’Aquino attualmente conservati dietro all’altare maggiore della chiesa della Misericordia a San Casciano, ai lati della Madonna col Bambino di Ugolino di Nerio.

Non sappiamo ancora se la chiesa della Misericordia fosse la loro destinazione originaria, ma la presenza del domenicano San Tommaso ci fa supporre una committenza da parte di quest’ordine religioso. Probabilmente queste tele erano riunite attorno a un’immagine votiva, o comunque facevano parte di unico complesso.

Interventi particolarmente importanti interessarono l’arredo della chiesa di S. Maria sul Prato nel corso della prima metà del Seicento.

Alla famiglia Bambagini si deve la ricostruzione nel 1624 del primo altare sulla parete di sinistra sul quale si può ammirare la bella tela raffigurante la Madonna del Rosario , opera del pittore Jacopo Vignali.

Accanto ai santi Domenico e Caterina da Siena che ricevono il rosario, spicca la figura femminile coronata nella quale viene tradizionalmente riconosciuta la granduchessa Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo II de’ Medici, col figlio Ferdinando II; in secondo piano San Francesco e San Lorenzo.

Allo stesso Vignali viene ascritta anche la tela raffigurante la Circoncisione di Gesù  che si incontra sul primo altare di destra, anch’esso fatto realizzare dai Bambagini nel medesimo anno.

Sul secondo altare della parete sinistra è invece possibile ammirare una tela raffigurante l’Estasi di San Carlo Borromeo, opera attribuita alla mano di Francesco Furini e riconducibile all’attività giovanile di questo pittore.

Fu sicuramente per celebrare la memoria dell’illustre antenato che Camillo Borromeo fece realizzare questo altare che risulta concluso nel 1643, come recita l’incisione posta sulla mensa. In questa tela il pittore si misura con uno dei temi più amati dell’arte barocca, raffigurando il Santo colto nel momento dell’estasi mistica, immerso in un sapiente gioco di luci e ombre che contribuiscono ad esaltare il pathos della scena.

Altri due dipinti tardo seicenteschi si trovano nella controfacciata della nostra chiesa, raffiguranti San Luigi Bertrando e Santa Rosa da Lima . Entrambe le opere riportano queste iniziali: FGPFF, che potrebbero riferirsi a un committente o al pittore.

Questi due santi domenicani vennero canonizzati da Papa Clemente X nel 1671, anno che risulta allora essere un perfetto termine post quem per l’esecuzione pittorica. Non sappiamo ancora se le due figure si trovassero originariamente in controfacciata, inglobate come adesso nei due archi in pietra serena, ma la commissione per la chiesa della Misericordia sembra quasi certa.

Infine è interessante ricordare dell’importanza storica della statua della Madonna del Rosario , citata nelle pagine relative alla storia della Misericordia.

L’usanza di portare in processione le statue dei personaggi sacri è ancora molto diffusa, ma probabilmente si fatica oggi a comprendere l’importanza degli abiti e degli accessori con cui in passato si usava rivestirle. Già in epoca medievale le signore, al momento del loro testamento, donavano gli abiti migliori e qualche gioiello alla Madonna, coi quali poi una sua statua (o una sua effige) veniva ornata nelle varie ricorrenze liturgiche.

Qualcosa di simile avviene anche ai giorni nostri: attualmente possiamo trovare decine di rosari appesi alle mani delle nostre Madonnine , in segno di devozione o grazia, come un riflesso di una tradizione passata, o se vogliamo, ammodernata, che è quella degli ex-voto.

La statua della Misericordia, che presenta Maria e Gesù Bambino rivestiti di una splendida stoffa azzurra a fiori e recanti in capo corone d’argento, è simile a tante altre che si conservano al Museo di San Casciano, ma la sua particolarità risiede nell’essere conservata all’interno del suo contesto originale e soprattutto nello svolgere ancora il suo ruolo sociale di presenza divina all’interno della comunità sancascianese.

(Marco Pagliai)