La salute mentale è una componente essenziale di uno stato generale di benessere, che comprende anche la salute fisica e sociale. Attraverso un’attenta analisi di questi elementi e una collaborazione stretta con il mondo accademico e scientifico è possibile costruire processi di ricerca realmente cooperativi, capaci di generare innovazione per la costruzione di Territori in Salute. In questa direzione l’articolo prende in esame la spinosa tematica del disagio mentale tra le fasce giovanili della popolazione ed il ricorso fatto da quest’ultime all’intelligenza artificiale. La domanda alla base della riflessione è: soluzione low cost o ricerca di nuove forme di empatia?
La domanda da porsi è se la tecnologia, nello specifico l’universo digitale che ruota attorno ai social network, giochi un ruolo di primo nei processi di isolamento e nella crescita esponenziale dei disturbi psicologici osservata nei vari dati degli studi e delle analisi precedentemente descritti.
La risposta non ha natura univoca ma piuttosto appare come il connubio di più elementi e situazioni: la spinta infatti verso una direzione tutt’altro che positiva è stata causata dal dualismo Lockdown e utilizzo scarsamente consapevole del digitale. Tale natura o causa binomiale, rende il quadro più equilibrato e non attribuisce ad un utilizzo smodato o maldestro dei social tutta la colpa.
Questo perché si può evidenziare ed osservare che probabilmente, se vi è una causa ed una conseguenza in questo binomio “Lockdown – Dieta digitale inadeguata”, si può catalogare il primo fattore come genitore ed il secondo come figlio o conseguenza che dir si voglia. Una conseguenza amplificata, ingigantita ma comunque pur sempre una conseguenza.
Non sarebbe infatti possibile asserire il contrario, cioè che il Lockdown è conseguenza diretta di un utilizzo smodato dei social. E’ in quell’isolamento di forzato dettato da ragioni di carattere sanitario che le persone hanno trovato rifugio in una realtà “altra”.
Se si prende infatti in esame la fascia dei giovani sotto i 27 anni di età, la percentuale di chi ha chiesto aiuto all’AI per quanto concerne i propri disagi psichici è pari a circa il 63%. Tralasciando per un attimo le numerose e differenti barriere del rivolgersi ad un professionista, il tema dell’umanizzazione dell’intelligenza artificiale apre uno spaccato interessante.
Il valore dei piccoli centri nella riscoperta dell’umano
Molto spesso, troppo spesso viene posta la questione di quanto ci sia di umano nei robot in grado di soppiantare le nostre competenze, i nostri mestieri e, come in questo caso, la nostra capacità di essere empatici, di razionalizzare, in sintesi di condividere il “pathos”, dal greco “sofferenza” altrui. La questione sarebbe dal ricercare all’interno del perimetro che contiene il progetto sociale che si cela dietro i nuovi robot e l’intelligenza artificiale, quale tipo di umanità si sta costruendo attraverso le nuove tecnologie e non attribuire a queste ultime responsabilità degenerative in questo senso.
San Casciano in Val di Pesa, con i suoi circa 16.500 abitanti, si presenta come un ambiente ideale per esplorare le dinamiche interne di una comunità di dimensioni medio-piccole, le quali sono significative nel contesto sanitario e differiscono notevolmente dalle grandi città. La “prossimità” sociale tra cittadini può agire come catalizzatore per lo sviluppo di un modello di “medicina di osservazione”, in linea con l’obiettivo del progetto di personalizzare la comunicazione non solo medico-paziente ma anche e soprattutto “paziente-paziente ma sempre e comunque “umano-umano”.
Tale contenuto non intende attribuirsi carattere accusatorio o giudicante ma seguire, trattando del rapporto tra giovani, salute mentale e nuove tecnologie, un famoso aforisma dello psichiatra Sigmund Freud: “Nell’impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità”.

“Nell’impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità”.
Sigmund Freud

