La storia

Ambulanzastorica

BREVE STORIA DELLA MISERICORDIA

DI SAN CASCIANO IN VAL DI PESA

Estratto dalla pubblicazione “Storia della Misericordia di San Casciano in Val di Pesa”

Di Otello Pampaloni, Laura Saccardi, Nicoletta Matteuzzi, Alice Chiostrini, Anna Soffici Anna, Marco Pagliai

Il movimento delle “fraternite” nasce nei secoli XI° e XII° a seguito del tentativo di rinnovamento nell’ambito della Chiesa, in origine iniziato dal  monachesimo benedettino, poi seguito da altri ordini – denominati Mendicanti – ovvero dei Francescani, e dei predicatori o Domenicani.

I vertici ecclesiastici, riconoscendo ed approvando le loro regole, contribuirono a potenziarne la capacità d’espansione e d’influenza in tutta la cristianità dei secoli XIII° e XIV°.

Attorno ai conventi si formarono perciò sempre più spesso, quelle associazioni di laici che divennero col tempo vere “fraternite”, società laicali votate anzitutto alla pia devozione, al servizio liturgico,  ma in seguito anche all’esercizio della carità verso ogni forma di bisogno spirituale e materiale.

Queste si organizzarono dandosi degli “statuti” e delle sedi, ove i fratelli (fratres) si riunivano per discutere, per programmare i loro interventi e per pregare nell’apposito oratorio.

Quanto tali confraternite abbiano poi contribuito ad attenuare le conflittualità  all’interno delle città in quel periodo così turbolento della società comunale, è un altro aspetto assai interessante da considerare, tenuto conto del fatto che dentro quelle “compagnie” scompariva ogni distinzione di ceto e di censo, perché l’esercizio della carità esigeva un assoluto anonimato.

Firenze in questo quadro si pone come un caso emblematico per tutto ciò che la Città del Fiore rappresentava nel periodo tumultuoso e glorioso della civiltà comunale.

E’ davvero impressionante la proliferazione delle “confraternite” a partire dal Duecento e fino agli albori della società moderna : in certi periodi se ne contarono alcune centinaia, in una città la cui popolazione era di circa centomila abitanti.

Fra tutte, la più importante fu la compagnia della Misericordia, nata – come concordano varie testimonianze – nel 1244, nel giorno dell’Ascensione. Appena sei anni dopo, nel 1250, sarebbe nata anche nella ghibellina città di Siena.
Forte era il rapporto tra la storia della Misericordia fiorentina e l’ordine dei Domenicani, ed in proposito si citano antichi codici ove si riferisce che la Compagnia era “cominciata per lo Beato Messer Santo Pietro Martire, dell’Ordine dei frati predicatori, nell’anno MCCXLIV”.

Da quell’anno la storia della Misericordia è tutt’uno con  le vicende, spesso drammatiche, della città.

Dalla prima sede situata all’angolo del Corso degli Adimari, i Capitani si trasferirono nell’oratorio di S. Maria del Bigallo, finchè nel 1575 il Granduca Francesco I° concesse loro il palazzo di fronte al campanile di Giotto.

Le drammatiche vicende subite da Firenze nel secondo millennio sempre hanno visto i fratelli della Misericordia in prima fila a soccorrere i bisognosi, a seppellire e suffragare i defunti.

Molte sono state le calamità naturali, accanto alle tragiche conseguenze dei conflitti sociali e politici. Dalle alluvioni ricorrenti provocate dal fiume Arno, alle pestilenze come quelle del 1348, 1523, e 1629 –’30.

Le campagne, a causa della popolazione più rarefatta e con diverse condizioni di vita, soffrirono meno per tali malanni, ma l’epidemia del 1630 colpì fortemente anche il contado del Castello di S. Casciano.

Varie compagnie vi preesistevano, come quella più antica della SS. Annunziata del 1470, ma tutte avevano come scopo di promuovere un particolare culto di devozione, non l’assistenza e l’utilità sociale.

Costituì quindi un forte elemento di novità  la nascita nel 1609 della Compagnia dei Battilani (lavoratori della lana), sull’esempio fiorentino sopravvissuto fino alla soppressione lorenese del 1785 per poi, dopo, risorgere.

Alcuni sancascianesi, con il nome di “Battilani”, ottennero a livello dai Frati Domenicani di S. Maria Novella, alcuni edifici.

Inoltre, nell’oratorio di S. Giuseppe, annesso alla Propositura, si stabilì per breve tempo la Compagnia del Suffragio, nata anch’essa all’epoca della peste del 1630, poi traslocata nell’ex monastero delle Benedettine.

E’ parere di Foresto Niccolai  che l’iniziativa di far nascere una Misericordia in S. Casciano sarebbe da attribuire a Francesco di Giovanni Paolsanti Lucardesi, detto l’Indiano, ricco proprietario di beni in paese – tra cui il Cassero – e legato alla corte medicea.

Questa ipotesi emerge anche dal fatto che il Francolini – storico e studioso locale – afferma “esistè una Società laicale detta della Misericordia, sotto la invocazione di S. Francesco Saverio, fino all’anno 1630, epoca poco distante dalla canonizzazione del nominato Santo”.

Avere intitolato la neonata istituzione all’apostolo delle Indie è certamente opera del Lucardesi, il quale aveva partecipato a Goa – nelle Indie portoghesi –  alle onoranze per la canonizzazione del missionario gesuita del quale era molto devoto.

Sede definitiva della Compagnia di S. Francesco Saverio divenne la Chiesa di S. Maria sul Prato, e questo artistico luogo, con i locali attigui, costituisce da più secoli la sede della Misericordia di S. Casciano. Qui svolge  i suoi compiti di carità ed assistenza sul territorio con il generoso apporto di volontari, con il sostegno degli enti locali, con la solidarietà e collaborazione del popolo.

L’edificazione del complesso, promossa dell’Ordine Domenicano, fu iniziata da Pietro di Galigaio de’ Macci, frate di S. Maria Novella in Firenze, appositamente incaricato – ai primi del sec. XIV° –  da Niccolò Boccassini Maestro Generale dell’Ordine e futuro Papa Benedetto XI°.

Nel 1301 Pietro morì, ma l’opera doveva essere ad un buon punto. I lavori furono finanziati anche con l’apporto dei proventi del testamento di Lippo di Cisti de’ Carini di Firenze il quale aveva  espresso il desiderio di destinare una somma di denaro per fondare un ospizio nella Diocesi di Firenze.

Fu dunque comprata una casa, probabilmente per accrescere gli spazi del nuovo ospizio, o per poterla dare in affitto, garantendo ad esso un piccolo introito.
Anche donna Bruna, madre di due frati di S. Maria Novella, Biliotto ed Jacopo, destina le rendite di alcuni suoi terreni presso Ugnano per la costruzione dell’ospizio di S. Casciano, ma ne entra in possesso solo nel 1310, ad edificazione quasi completata.

I documenti non sono chiari riguardo anche ad un secondo lascito fatto sempre da donna Bruna nel 1310, ma esaudito nel 1345. Altre donazioni si ricordano  sempre in quel periodo, come quella di cinquanta fiorini da parte di donna Tancia, moglie di Dardano Acciaioli. Da notare che queste dame, erano provenienti od imparentare con la famiglia Donati, segno quindi d’interesse dell’aristocrazia cittadina per  quella nuova realtà religiosa ed assistenziale sancascianese.

Importante è ricordare anche lo stretto legame  tra la fondazione della chiesa di S. Maria sul Prato e fra’ Albertino Mazzante del convento di S. Maria Novella, il quale venne autorizzato all’edificazione  con bolla redatta nel 1304 dal cardinale Niccolò da Prato, vescovo di Ostia e Velletri.

Forse fra’ Albertino fu costruttore, come Pietro de’ Macci, e potrebbe  anche aver contribuito direttamente al finanziamento dell’opera grazie al lascito testamentario del fratello Benvenuto.

Dai documenti sembra essersi interessato attivamente all’ospizio fino al 1313.

L’epoca di costruzione della Chiesa coincide anche – era l’inverno del 1312 – con un importante avvenimento per il paese, modesto villaggio contadino ancora non ancora cinto da mura, ovvero  la dimora in luogo detto Castagnolo,  dell’Imperatore Arrigo VII, che aveva posto d’assedio Firenze, senza riuscire ad espugnarla.

Nell’edificio vennero poste od appositamente eseguite notevoli opere d’arte, fatto assai importante per il territorio, ove esisteva solo la  chiesetta di S. Cassiano, dipendente dalla Pieve di Decimo, oltre a qualche altro oratorio.

Si cita in merito il lavoro del pittore senese Ugolino di Nerio, del suo più noto concittadino Simone Martini, ritenuto l’autore del magnifico Crocifisso, tutt’ora conservato, oltre  all’opera del pisano Giovanni di Balduccio per la realizzazione del pulpito  marmoreo commissionato dalla famiglia sancascianese dei Buonaccorsi con stemma su una mensola che regge l’apparato, e che richiese allo scultore di inserire nei vari riquadri non solo la raffigurazione dell’Annunciazione, ma anche dei Santi Domenico e Pietro Martire, chiarissimo omaggio all’Ordine  cui apparteneva la chiesa.

I documenti non forniscono altre informazioni sulla chiesa e sull’ospizio nella seconda metà del Trecento e nel Quattrocento, ma si può immaginare che il piccolo complesso continuasse a svolgere la sua attività  di accoglienza e cura d’anime, anche in mezzo agli eventi drammatici  che caratterizzarono la storia di S. Casciano in quel secolo, come la devastazione  da parte di Castruccio Castracani nel 1326, di fra’ Moriale nel 1354 e la decisione del Comune di Firenze  di dotare il paese, punto strategico a sud della città, della cinta muraria.

Tale operazione coinvolse anche la chiesa di S. Maria sul Prato con gli edifici annessi,  essendo in prossimità delle nuove fortificazioni e corrispondente alla Porta al Prato, unica in parte conservata ad oggi, dopo la discutibile ricostruzione – a seguito eventi bellici – della fine anni quaranta del 1900, da parte della Soprintendenza.

Presso l’ospizio e la chiesa erano stabili alcuni frati domenicani in qualità di “spedalinghi”, tenendo viva la presenza dell’Ordine a S. Casciano, ma non è chiaro se il “sindaco o procuratore” dell’ospizio vi risiedesse, oppure se fosse in città nel convento di S. Maria Novella.

Comunque nei documenti del Cinquecento si parla  del “convento  di S. Domenico”, facendo capire la presenza di una pur piccola comunità di religiosi, dediti alla manutenzione ed al buon funzionamento dell’ospizio, che doveva essere pronto in qualsiasi momento ad accogliere i viandanti.

Sicuramente il complesso visse un momento di decadenza verso la metà del Cinquecento, a causa della guerra tra Firenze e Siena (1553 – ‘59), ed il vicario fra’ Giovancarlo tornò nel convento cittadino. Ad operazioni concluse vi si insedia un nuovo vicario fra’ Stefano Benincasa, come si ricorda nel 1577.

Dall’analisi dei conti si verifica che la chiesa e l’ospizio avevano alcuni possedimenti agricoli, dai quali si ricavano le spese per i pellegrini, e viene desunto che  – prima del secolo XVII° – nella chiesa erano presenti solo tre altari, ovvero quello centrale o maggiore e due laterali, uno per ciascun lato.

La tradizione assistenziale dei Domenicani a S. Casciano rimarrà propria della Misericordia anche dopo il passaggio del complesso a questa Compagnia nel 1792.

Tra l’altro, nell’attuale via A. Morrocchesi, presso la piazzetta, sembra vi fosse pure un altro luogo di assistenza, che – per carenza di documentazione – non è stato possibile ubicare, ovvero lo spedale dei Santi Antonio e Giuliano, con annesso oratorio, forse posto presso intersezione della strada con via della Vignaccia.

Tale luogo, fondato nel 1427 dalla Compagnia delle Laudi di S. Maria Novella – detta anche di S. Pier Martire –  e da Megliorato di Simone da S. Casciano, con patronato a metà tra S. Maria Novella e l’ospedale di S. Maria Nuova, divenne nel XVII° secolo la sede di un gruppo di laici, fondatori della “Compagnia di S. Martino o dei Battilani”, per dar luogo ad “opere di Cristiana Pietà”.

Tale Compagnia ottenne a livello dai frati di S. Maria Novella, prima solo l’oratorio e dopo (1613) anche i locali del vicino spedale.

Sembra che ai Battilani, il convento fiorentino abbia voluto affidare, almeno in parte,  anche la cura della chiesa di S. Maria sul Prato, per difficoltà del vicario a portare avanti da solo gli impegni liturgici e pratici richiesti.

Infatti, in origine, le funzioni di questa nuova confraternita sembrano essere state prevalentemente religiose, ma dal 1613, aumentato il numero dei membri e le necessità di spazi, i Battilani furono incaricati di ricostruire l’antico spedale.

Comunque, diverse furono le finalità rispetto al complesso di S. Maria sul Prato, che – sempre nominato come “ospizio” – mantenne sempre la funzione di luogo per sosta ed accoglienza dei viandanti, mentre l’altro sembra identificarsi come centro di ricovero e cura sia di malati, che di bisognosi.

Le storie dei due siti, distinte ma parallele fino dal Quattrocento, troveranno nel passaggio alla Misericordia un momento di unificazione che sancirà la lunga ed importante tradizione di assistenza e carità che dà lustro alla storia di S. Casciano, mostrando come la sua popolazione abbia saputo  mettersi consapevolmente e volontariamente a servizio del prossimo, anche con la necessaria spinta di uno dei più importanti ordini religiosi dell’epoca, quello Domenicano.

La Compagnia di S. Martino fu costretta a sciogliersi a causa della  terribile peste del 1630 – seguita alla carestia – che decimò sia la popolazione, che molti membri del sodalizio, e fu allora che cominciò ad operare, per i servizi di assistenza, la Compagnia di S. Francesco Saverio, conosciuta in seguito anche come “Congregazione della Carità”, costituitasi proprio in quegli anni per volontà dei pochi scampati alla peste, effettuando il trasporto dei malati verso gli ospedali ed assegnando le doti alle fanciulle bisognose, avendo quindi molti punti in comune con la futura Confraternita della Misericordia.

Comunque, nel 1635 la Compagnia di S. Martino risorse, ottenendo nuovamente, a livello, l’antico oratorio e lo spedale, e fu aggiunto – come loro contitolare e compatrono – anche S. Rocco.

Furono quindi ripristinati e potenziati i servizi di assistenza e garantito, a proprie spese, il servizio di trasporto dei malati più gravi verso gli ospedali fiorentini, affiancandosi all’operato della Compagnia di S. Francesco Saverio.
Si giunse così allo scioglimento, nell’anno 1785, delle due Compagnie, a seguito delle soppressioni leopoldine degli ordini religiosi e confraternite loro collegate, ma nel luglio 1793 furono ripristinati a S. Casciano i servizi delle confraternite laiche.

Infatti i membri delle soppresse Compagnie diedero vita alla Confraternita della Misericordia con la protezione della Madonna del Rosario e di S. Rocco, con sede presso la chiesa di S. Maria sul Prato, come venne confermato nel 1792 –‘93 dai padri Domenicani di S. Maria Novella che avevano deciso di cederla per il gravoso mantenimento.
Erano anche gli anni, nel paese, caratterizzati dall’inizio della costruzione della Collegiata o Propositura, ed in Francia dall’abolizione della Monarchia con il periodo cosiddetto “del terrore”.

In proposito si ricorda che già nel 1789 i Domenicani deliberarono l’alienazione del limitrofo ”hospitium” di loro proprietà, incaricando l’architetto fiorentino Bernardo Fallani (n. circa nel 1750 e m. circa nel 1805, con attività presso lo “Scrittoio delle regie fabbriche Granducali”) di redigere gli atti necessari, tra cui una perizia datata 31 agosto 1789, richiedendo all’autorità granducale il necessario nulla osta per la vendita di vari lotti, effettuata mediante pubblico incanto, nel gennaio del 1790, come si evince dai protocolli del notaio Giuseppe Spinetti.

Immediatamente, la Compagnia della Misericordia dovette iniziare significativi lavori di restauro alla chiesa, con sostituzione di vetrate e finestre, pulitura di arredi in ottone, rifacimento dei banchi lignei e del coro, interventi al pavimento e al piccolo campanile a vela, oltre a scrostatura ed imbiancatura delle pareti. Tale operazione, purtroppo, determinò la perdita di affreschi – forse anche mal ridotti – decoranti l’interno dell’edificio, alcuni dei quali recentemente rinvenuti nella zona sovrastante l’altar maggiore, durante lo smantellamento del controsoffitto  posticcio ricostruito in compensato dopo gli eventi bellici del luglio 1944.

Come si apprende dalla lettura dei Capitoli che avevano lo scopo di fissare l’organizzazione e le funzioni di questa nuova istituzione, i propositi della Confraternita della Misericordia si inserivano a pieno titolo in quell’antica tradizione di assistenza verso i bisognosi che costituiva un’esigenza profondamente sentita a S. Casciano, che né il flagello della peste, né carestie, né soppressioni leopoldine riuscirono mai a soffocare.

Infatti, scopo di questa Confraternita – che si avvaleva dell’esperienza della Compagnia di S. Rocco e di S. Francesco Saverio – era quello di potenziare l’impegno nelle opere di carità cristiana in favore del prossimo, e per fare questo, si ritenne opportuna la partecipazione femminile, per incrementare il numero degli iscritti e quindi i servizi resi alla comunità.

L’organizzazione interna era affine a quella di altre compagnie laicali del luogo, ed era costituita da un corpo di confratelli e consorelle dediti allo svolgimento delle varie funzioni, sotto la guida dei cosiddetti “ufiziali”.

Il “corpo degli ufiziali” (persone di buoni costumi, alfabetizzate e già attive nel sodalizio) rimaneva in carica un anno, ed era composto da un “governatore” per l’attività direzionale, affiancato da due consiglieri; seguivano due “infermieri” per coordinare i servizi di assistenza, ed il “maestro dei novizi” per reclutare nuovi membri. Vi era poi il “camarlingo” con funzioni amministrative e di tesoriere, affiancato da uno “scrivano”. Ad un “sagrestano” spettava il compito di tenere pulita la chiesa e predisporre quanto necessario per le feste religiose. Due “mazzieri” avevano il compito di sicurezza in occasione delle processioni, oltre a segnalare agli ufiziali i fratelli che venivano meno ai loro doveri.

Supervisionava il “corpo degli ufiziali” e della compagnia, il “correttore”, coincidente solitamente con il proposto di S. Casciano, che interveniva in modo diretto sulla composizione della dirigenza; infatti, durante le elezioni spettava a lui l’estrazione dalla borsa dei nomi di sette persone di sua fiducia, sei delle quali sarebbero state elette dai membri della compagnia per ricoprire le maggiori cariche all’interno del corpo degli ufiziali. I neoeletti avrebbero dovuto poi eleggere gli altri componenti.

L’affiliazione alla Confraternita richiedeva il pagamento una volta l’anno – il 16 agosto, festa di S. Rocco – di una “tassa di lire due, soldi tredici e denari quattro”, ridotta a metà per le sorelle attive; a pagamento avvenuto, veniva consegnato un “panellino” benedetto

I Capitoli delineavano quindi chiaramente le funzioni della Compagnia, distinte in “religiose” ed “opere di misericordia”.

Nelle prime, rientravano  le celebrazioni in onore dei santi della Compagnia, oltre che la “tornata” ovvero l’adunanza di tutti i confratelli ogni prima domenica del mese, con recita del santo Rosario, mentre il giorno di Pasqua doveva tenersi una processione verso la Propositura. Alla morte di un iscritto dovevano essere celebrate dodici messe in suffragio della sua anima. La partecipazione alle funzioni religiose era prevista indossando una  cappa bianca con buffa; sul petto era ricamata la scritta C.D.M. ovvero Compagnia della Misericordia; il cordiglio che serrava la veste sui fianchi, a sinistra, doveva sempre avere il Rosario.

Le opere di misericordia impegnavano la Confraternita tutto l’anno, e – come ancora si legge – “tutte le volte che vi saranno infermi miserabili, la nostra Compagnia procurerà di sovvenirli al possibile, somministrando loro qualche sussidio caritativo, o in roba, o in denaro”.

Si ricorda che negli anni Sessanta dell’Ottocento venivano stampati, all’anno, ben mille “mandati di sussidio”, oltre a provvedere – a proprie spese – al trasporto, nei casi di effettiva necessità, dei malati verso gli ospedali fiorentini, sia per i residenti nelle parrocchie del Comune, che per le persone di passaggio; inoltre veniva esercitato anche il servizio di “pompe funebri”.

Nel 1824 fu deciso di riformare la Confraternita della Misericordia sul modello di quella di Firenze, la più antica, fondata nel 1244 da S. Pietro Martire; pertanto – ottenuto il voto favorevole di tutti gli iscritti – furono elette sette persone per costituire un Magistrato provvisorio, con il compito di richiedere l’affiliazione alla Misericordia di Firenze, concessa il 10 giugno 1825. Vennero quindi riviste strutture e funzioni del corpo dirigente, adottando la veste nera in luogo di quella bianca originaria.

L’attività della Confraternita fu fondamentale in occasione  delle violente epidemie che vessarono il territorio, come in occasione del colera nell’anno 1855.

Tornando agli interventi effettuati nella chiesa, dobbiamo ricordare nel 1863 la costruzione di un’orchestra, ovvero apposito spazio per coro ed organo, acquistato l’anno successivo a Pistoia, pagato a rate, poi rivenduto nel 1936 durante importanti lavori effettuati a cura e spese dalla Regia Soprintendenza di Firenze, con demolizione dello spazio sopracitato, come oggi testimonia al piano primo una porta chiusa nel muro laterale dell’edificio.

Dai registri dei pagamenti effettuati, emerge un curioso dazio annuale di circa 111 lire da pagare al Municipio di S. Casciano, soldi che però rientravano sotto forma di sussidio – sempre annuale – di lire 200, per sostenere il servizio di trasporto dei malati.

Anche le altre comunità limitrofe concorrevano economicamente per sostenere tale attività, a favore dei propri abitanti.

Molto importante era la manutenzione degli arredi esistenti nell’oratorio, costituiti da stoffe, paramenti, suppellettili, ecc…., ed in proposito si ricorda un meritorio intervento negli anni Sessanta dell’Ottocento, da parte della contessa Elisabetta Spina, fondatrice del convento delle suore Salesiane adiacente all’edificio della Misericordia.

Fornitore di registri, carta intestata, ecc… era la storica tipografia di Francesco Stianti, attiva in S. Casciano, nella piazza dell’Orologio, dal 1892; alla tenuta dell’archivio era demandato un “computista”, che provvedeva ad organizzare la riproduzione dei mandati di sussidio, degli stampati per i carteggi con i bisognosi, ad acquistare registri di vario tipo, a rilegare i libri di compagnia o per uffizi divini.

Per una corretta tenuta di tutti i beni a disposizione si decise di stilare un inventario, e nel 1906 fu nominata una commissione apposita, con adunanza Magistrale, alla quale parteciparono don Scipione Ficalbi, don Antonio Guarducci ed il provveditore Luigi Iacopozzi.

In quel periodo storico i servizi erano svolti da “carri a due o quattro ruote”, ove era ben in rilievo lo stemma della Compagnia, ed importanti sono le registrazioni che testimoniano la cura di tali mezzi, come pure per “cataletti, sedie da riposo, letti con il loro incerato”. La prima autoambulanza fu acquistata nel 1924.

Di particolare interesse è pure quanto riportato  nel “Libro dei verbali” del 1906 sulla “necessità di  adattare un locale di pronto soccorso alle esigenze dei tempi”, presso la sede.

L’ingegner Ezio Pietrangeli di S. Casciano, si interessò attivamente ed in modo gratuito per il progetto, il  preventivo e i lavori che comportarono una spesa di circa lire 1.000, pagata in tre rate.

Si ricorda pure in quegli anni l’installazione d’inferriate e nuove serrature per la chiesa, allo scopo di scongiurare frequenti furti che avvenivano nella zona.

La Cassa di Risparmio di S. Casciano corrispondeva annualmente alla Compagnia, a titolo di beneficenza, una piccola somma (lire 22,30 negli anni Novanta dell’Ottocento), ma i contributi più consistenti provenivano da confratelli e paesani, sia in denaro che mediante altra forma.

C’erano pure alcuni affitti sia dai pigionali, che dalle suore, le quali avevano una scuola nella proprietà della Compagnia, al primo piano, questione ancora oggi poco chiara a seguito degli interventi di ricostruzione edilizia.

La vita religiosa accompagnava quella sociale, entrambe scandite dal ritmo del calendario liturgico, e si giunge così ad anni più recenti.

Una foto degli ultimi anni dell’Ottocento, o primi del Novecento, ripresa dall’inizio della via A. Morrocchesi presso la piazza O. Pierozzi, rappresenta l’esterno della chiesa ancora intonacato e tinteggiato a strisce orizzontali bianche e nere che richiama i colori dei Domenicani; si nota  che non vi era alcuna copertura sulla porta d’ingresso, ed  è anche diversa la forma del soprastante occhio.

L’interno dell’edificio è documentato con altra foto  degli anni Trenta del Novecento (1934), e vale come testimonianza per l’arredo con disposizione di varie opere d’arte.

Nel 1934 il Podestà di S. Casciano – marchese Lorenzo Corsini – presidente del locale “comitato per provvedere al restauro della Chiesa”, scrisse al Regio Soprintendente ai monumenti, Giovanni Poggi, ricordando che importanti opere erano in corso di restauro presso quell’ufficio, e chiedendo d’interessarsi per i lavori all’immobile; seguì l’anno successivo la trasmissione al Comune del progetto d’intervento redatto dall’architetto Piero Sampaolesi, valutando i lavori in lire 7.450 oltre lire 2.000 per il nuovo impianto elettrico.

Come già accennato in precedenza, in quell’occasione, a quanto si legge, fu “smontata l’orchestra posta sopra la porta d’ingresso, oltre a pulitura degli altari, revisione parziale del pavimento (rimane il mistero di un’eventuale cripta presso gli scalini che portano all’abside), soffitto e tetto, raschiatura e nuova tinteggiatura pareti interne, interventi al portone ed altre porte secondarie, restauro soffitto in legno dell’abside in formelle e cornici, eliminazione di due confessionali laterali, con ripresa murature”.

Non si parla della chiusura di una piccola porta verso l’esterno posta nella parete destra prima dell’abside, della stonacatura dei muri esterni con messa a vista del pietrame, oltre agli interventi – come oggi si vedono – sul prospetto d’ingresso.

Agli atti risulta un rilievo dettagliato e quotato in pianta e sezione, che serve a ben identificare l’immobile, prezioso documento dopo il grafico del f. Vincenzo Ciommei, religioso di S. Maria Novella, del 1768 che servì ai Domenicani per l’alienazione del complesso nel 1790.

Successivamente, nel 1939, con la formazione del N.C.E.U. furono redatte le planimetrie  con l’articolato stato di fatto fino alla ricostruzione dopo il 1944.

Infatti, l’equilibrio plurisecolare del paese, interessato solo – in precedenza e molto marginalmente – dal terremoto nell’area fiorentina del 18 maggio 1895, fu posto a durissima prova dal passaggio del fronte durante il ritiro delle truppe tedesche e l’avanzare degli alleati, i quali  ritenevano, per carenza d’esatte informazioni, l’abitato un forte caposaldo di resistenza.

Pertanto, nel periodo tra il 25 – 26 luglio 1944 e giorni successivi – come si legge nei resoconti ufficiali – il paese venne sottoposto sia ad un pesante bombardamento aereo  con ingenti danni e vittime civili, che a cannoneggiamenti  e brillamento di mine in punti che avevano poco significato strategico.

Alcuni confratelli, come Guido Binazzi e Piero Ballini, cercarono di organizzare subito gli interventi di soccorso, per quanto possibile, in quella disperata situazione, in contemporanea all’insediamento dei rappresentanti del C.T.L.N., che designarono come sindaco il tenente colonnello Angelo Chiesa, oltre a due vicesindaci, uno per Cerbaia e l’altro per Mercatale.

In quel periodo non vi era alcun automezzo, considerando che tutti i veicoli della Misericordia erano stati trafugati dai tedeschi, poi recuperati oltre Firenze in condizioni disastrose, ed il sindaco – per soddisfare le urgenze – si rivolgeva a noleggiatori locali, i mezzi dei quali erano stati nascosti e salvati con varie peripezie, consegnando loro il prezioso carburante strettamente necessario per i viaggi.

Nella relazione ufficiale del 14 settembre 1944, firmata dal capo U.T. geometra Castrucci Tito, si legge che il 15% delle case era stato distrutto, il 33% necessitava di grandi riparazioni, il 28% di medie riparazioni, ed il 24% di piccoli interventi.

Gravissimi danni furono arrecati sia alla chiesa che all’edificio limitrofo, sede della Misericordia, posti in prossimità dell’antica struttura edilizia della “Porta al Prato”, come si legge nella relazione  del Magistrato, datata 14 febbraio 1946, diretta al Presidente della Deputazione Provinciale di Firenze; sicuramente doveva essere stato ripristinato un mezzo di soccorso perché, nel contesto della nota si dettaglia, per il 2° semestre 1945, di aver effettuato N°127 viaggi e percorsi 6351 km.; viene richiesta comunque l’assegnazione di un’ambulanza militare, in modo da servire i territori della Valdipesa, Valdigreve e Valdelsa.

Nel 1945 la Soprintendenza effettuò il primo intervento (15 febbraio – 31 luglio 1945) di ripristino alle coperture dell’oratorio da parte dell’impresa edile Ugo Vignoli di Firenze, per lire 260.000, con D.L. l’arch. Guido Morozzi,  ma nel 1948 le travature subirono un cedimento e l’oratorio venne chiuso al culto.

La riapertura avvenne il 16 ottobre 1955, dopo tante traversie, carteggi con la Soprintendenza ed il Genio Civile, richieste d’interessamento, inoltro di documenti comprovanti sia lo stato legale dell’associazione, che la proprietà dell’immobile, ecc…., e – finalmente – nuovi interventi strutturali.

Per giusta memoria ricordiamo i componenti del Magistrato di quel periodo: Ferrari don Narciso, Calamandrei Giuseppe,  Pistolesi Novello, Baccani Giulio, Pellizzari don Teobaldo, Jacopozzi Giuseppe, Binazzi Guido, Trentanove don Pietro, Soffici Luigi, Lumachi Dario, Lotti Dino, Fiaschi Guido.

Nel nostro archivio si trovano le due perizie, del 20 aprile 1946, fatte redigere dal Magistrato sia per danni al fabbricato della sede con vani 24 su piani tre, con dettaglio economico di circa Lire 1.445.150, che all’edificio di culto con annessi, per circa Lire 315.769.

Come accennato, le difficoltà ed i ritardi di quegli anni furono causati proprio  dalla complessa questione correlata a dimostrare che la Confraternita doveva rientrare tra gli enti di pubblica assistenza e beneficenza.

Gli uffici statali con i quali era necessario rapportarsi erano quattro : Soprintendenza, Provveditorato alle OO.PP. con il Genio Civile, Intendenza di Finanza e Prefettura, tutti  – in buona parte – probabilmente occupati ancora dai burocrati del ventennio.

Scorrendo verbali, corrispondenze ed atti, si ritiene che il camarlingo Giulio Baccani rivestisse un ruolo determinante in questa lunga storia.

Contestualmente alla perizia di ricostruzione della sede fu elaborato dal geometra Mario Peruzzi un progetto per risistemare l’edificio, trasmesso nell’aprile 1947 al Genio Civile, unitamente ad altri carteggi.

Il 15 agosto 1947 si inaugurò una nuova ambulanza, forse derivata da un camioncino marca Fiat, tipo 1100/L od ALE.
Dalla “relazione sull’attività svolta” del 07 dicembre 1948, si apprende che la Confraternita possedeva due mezzi di soccorso ed un autofunebre, come già prima della guerra; in quell’anno i servizi furono N°177 con 8549 Km. percorsi.

Nel marzo 1949 si parla ancora di una stima per Lire 3.117.000 rimessa al Genio Civile che avrebbe dovuto attivarsi presso il Ministero competente per concludere il riconoscimento della Confraternita come “ente di assistenza e beneficienza”, ma tutto era fermo per la carenza di un “certificato storico catastale”.

Finalmente la Prefettura di Firenze, il 07 ottobre 1949 inoltrò al locale Ufficio del Genio Civile, e p.c. alla Confederazione delle Misericordie d’Italia ed alla nostra Confraternita, copia conforme della prefettizia 05 novembre 1948 – N°44415 ove era proposta, per quanto ci riguardava, l’assimilazione ad istituzione di assistenza e beneficenza.

Il 25 ottobre 1949 la Confederazione Nazionale delle Misericordie inviò il prot. N° 1760 assicurando il regolare corso delle pratiche per liquidare i danni di guerra, ed il 02 dicembre 1949 pervenne dal Ministro Segretario di Stato per i LL.PP.,  il decreto – firmato Tupini – ove era dettagliato  che “….. sono accertate – ai fini della pubblica beneficienza –  le utilità ed idoneità della Confraternita ….. proprietaria dell’edificio danneggiato dalla guerra, adibito a sede …., sito in …., gestito dalla Confraternita stessa. Quanto sopra per il ripristino a carico dello Stato dell’edificio medesimo, limitatamente alla parte direttamente adibita ai servizi assistenziali”.

Nel 1951 furono espletati N° 152 servizi di soccorso.

I passi erano fatti, e così si giunse al 29 gennaio 1952, quando la Confraternita ricevette positivo riscontro da parte del Provveditorato alle OO.PP. per la Toscana, inerente “l’approvazione  della perizia di Lire 5.500.000 per lavori di riparazione al fabbricato della Misericordia” (e non alla chiesa).

In proposito, dopo alterne corrispondenze in atti, dai carteggi si verifica una lettera datata 08 ottobre 1955, diretta dal Genio Civile alla Soprintendenza per il consolidamento delle lastre di marmo del pulpito di Balduccio Pisano, ma apprendendo che “….. sono in corso i lavori di ripristino del tetto della Chiesa”.

Negli anni successivi (1957 – ‘59) vennero riconsegnate alla Confraternita molte opere d’arte, già prese in carico dalla Soprintendenza alle Gallerie per restauro dopo i fatti bellici.

Nel 1964 – governatore Giuseppe Torricelli – fu acquistato dalla Provincia Toscana dei Frati Minori detta di S. Francesco Stimmatizzato, un fondo con cantina non lontano dalla sede, posto nella via A. Morrocchesi, nc. 43, utilizzato come magazzino, poi dato in affitto e – successivamente – recuperato ed usato come rimessa per l’autofunebre.

Considerata la necessità di disporre del terreno presso due lati interni del nostro edificio, nel 1967 venne chiesto ed ottenuto – previo regolare contratto – dalle suore di S. Maria Consolatrice, succedute alle Salesiane, un piccolo appezzamento di terreno.

Si entra quindi negli anni Settanta del 1900, disponendo della sede storica su due piani in via A. Morrocchesi, nc. 72, con sempre problematico ingresso all’autorimessa, ed annessa chiesa di S. Maria sul prato, oltre all’immobile presso il nc. 43.

I lavori di ammodernamento e riqualificazione sono legati al rifiorire, proprio in quel periodo, della Confraternita, dovuto alla massiccia iscrizione di tanti giovani sancascianesi, uomini e donne, che permise d’istituire turni fissi in sede, prima nella stanza grande di passaggio per la sacrestia, poi in un vano del limitrofo vecchio archivio, poi allargando lo spazio con demolizione di una parete.

Gli ambienti avevano vecchi pavimenti e le pareti erano umide, a causa del terreno esterno posto a quota superiore,  quindi il Magistrato (ricordiamo per tutti Piero Ballini, Torello Franchi e Renzo Ammannati) concordò nell’eseguire idonei ed importanti interventi di bonifica, anche con il fattivo concorso di tanti confratelli, come nel 1976 con lo sbancamento a mano dell’area esterna acquisita nel 1967.

L’attività cresce e nel 1977, sempre con due autoambulanze efficienti (Fiat. 2300 del 1969, WS 1800 del 1975), oltre una vecchia Fiat 1400 del 1965 attrezzata come autoemoteca, furono eseguiti 537 servizi e percorsi Km. 21.804.

Dal 5 febbraio 1978 è stata ospitata la guardia medica festiva, gestendo la relativa organizzazione con il Comune, in servizio dalle ore 14 del giorno prefestivo, fino alle ore 07 di quello seguente al festivo, con due medici di turno e la partecipazione dei volontari per presidiare il centralino, registrando chiamate da 30 a 60.

In quell’anno la Confraternita, sottoposta come IPAB alla legge del 1890, trasmise alla preposta commissione (denominata “Chieppa”), in Roma, presso la Presidenza del consiglio dei Ministri, Palazzo Chigi, la speciale istanza di cui al comma 6°, art. 25, del DPR 24 luglio 1977 N°616 in applicazione della legge N° 382, come “Ente a carattere educativo – religioso”, per evitare una nuova soppressione come quella di leopoldina memoria.

Ma dal positivo rapporto con il Comune e con la nascente organizzazione  sanitaria territoriale, derivarono nuovi servizi per la popolazione, e dal 01 aprile 1979 prese vita il “Consorzio Socio Sanitario del Chianti Fiorentino – zona N°51”, per organizzare – con sede nei nostri locali – il servizio di guardia medica d’urgenza notturna e festiva.

Mediante piccole modifiche interne ed esterne, vennero predisposti idonei locali al piano primo, per ospitare il personale sanitario.

Il 31 marzo 1980 il Magistrato, rappresentato dal governatore Giorgio Torricelli, trasmise al Presidente della Giunta Regionale della Toscana, tramite la Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia, la richiesta di stipulare una convenzione per trasporti sanitari, e si aprirono nuovi scenari.

Fu quindi deciso, negli anni seguenti, dal governatore Raffaello Daddi, di approntare altre opere di restauro nei locali al piano terreno e primo.

Nel 1983 furono messi in sicurezza gli impianti elettrici, serramenti ed altro necessario per i locali della sede, che già era palesemente inadeguata ai moderni utilizzi; ma la bella occasione d’insediarsi in una parte dell’ ex convento “ La Croce” dei Frati Minori sfumò nel 1988.

Altri lavori, sempre per bonifica dall’umidità al piano terreno della sede, si registrarono nel 1989, scoprendo alcune vestigia dell’antico “hospitium” domenicano.

Dopo circa venti anni, la Misericordia tornò ad ampliare il patrimonio immobiliare, acquistando nel giugno 1990, durante il mandato del governatore Giorgio Torricelli, l’edificio ad un piano di via A. Grandi, nc. 1, per autorimessa e deposito, poi sottoposto ad interventi di riadattamento e miglioramento.

Presso la sede, nel 1996, l’ambulatorio della guardia medica al piano terreno fu razionalizzato per utilizzare i locali come “poliambulatorio specialistico”, iniziando così quel grande lavoro che – anni dopo – ci avrebbe portati  ad aprire la specifica struttura del viale T. Corsini.

Infatti, nel gennaio 1999, il governatore Raffaello Daddi, firmò il contratto di acquisto dalle Suore S. Maria Consolatrice, con sede in Milano, dell’immobile nel viale T. Corsini, nn.cc. 35 – 37, comprensivo di tre piani fuori terra, permettendone il collegamento pedonale sul lato interno della sede.

Il nuovo poliambulatorio, con molte specializzazioni, in continua evoluzione, fu aperto nel 2005; successivamente venne installato un gabinetto radiologico, aperto nel 2011.

Nella primavera del 2012 si attivò – dopo una lunga preparazione – la sezione di Cerbaia V.P., ospitata logisticamente del Centro Socio Culturale della importante frazione.

Per seguire gli indirizzi federali si decise, a far data dal dicembre 2012, di creare la “SRL Servizi dell’Arciconfraternita della Misericordia”, con socio unico la stessa nostra associazione, relativamente alla gestione del poliambulatorio.

Attualmente continuiamo ad ospitare il servizio di guardia medica territoriale, oltre al punto di primo soccorso (PPS) ed il servizio medico di emergenza.

Il parco macchine comprende i seguenti mezzi : N°8 autoambulanze, N°6 mezzi attrezzati, N°1 autovettura, N°2 mezzi per trasporti funebri, N° 3 fuoristrada, N°2 rimorchi e N°1 roulotte.

Nell’assemblea generale dell’aprile 2014, a consuntivo del 2013, si hanno 1279 iscritti, di cui 860 soci ordinari, 136 perpetui e 283 fratelli attivi per servizi H. 24.

Gli interventi di emergenza effettuati – sempre nel 2013 – sono risultati N° 2224 con Km. 72.410 percorsi, mentre si sono avuto N° 2822 servizi ordinari, con Km. 147.916 percorsi; la guardia medica ha registrato N° 286 interventi e percorsi Km. 14.683; i servizi sociali sono stati  N°2133 e percorsi Km. 53.581; il PPS ha trattato  oltre 1000 casi.

Si palesano quindi nuove occasioni ed esigenze per dare sempre maggiori risposte e servizi alla popolazione, sia con il poliambulatorio, che con le tradizionali attività.

Conformemente alle decisioni del Magistrato e dell’Assemblea generale, allo scopo di creare una nuova “sede operativa” il governatore Marco Poli ha firmato il contratto, in data11 dicembre 2013, per acquistare una parte dell’attuale deposito – cantiere del Comune in via Cassia per Siena, nel capoluogo, con disponibilità tra circa quattro anni, dopo il suo spostamento in un nuovo sito.

Nel giugno 2014 è stato raggiunto un significativo accordo con l’ASL10 per convenzionare, presso il nostro poliambulatorio, il servizio di diagnostica per immagini.

Infine, nell’ultimo semestre del 2014, si è proceduto all’acquisto, restauro ed approntamento del piano terreno di un edificio  nel viale T. Corsini,  atto ad ospitare gli ambulatori dei medici di base ed i nostri uffici, permettendo così il riutilizzo di spazi sia nel poliambulatorio che in sede.

Come ben si comprende, negli ultimi tempi  le Misericordie (circa 311 in Toscana ed 800 in Italia), hanno ampliato notevolmente i loro servizi : dall’emergenza sanitaria all’assistenza per anziani, bisognosi e disabili, agli interventi di protezione civile ed umanitaria, alla lotta contro l’usura, ecc… .

Certo, non sono le uniche associazioni di volontariato che operano in tali settori, ma ciò che distingue e caratterizza le Misericordie è ancora oggi, dopo tanti secoli, quel contrassegno evangelico della carità umile e gratuita ben rappresentato nel motto “Dio ne renda merito”.

La Misericordia di San Casciano in Val di Pesa, così radicata nel tessuto sociale di questa comunità, si è sempre mantenuta fedele a tale caratteristica.

(Marco Pagliai)